Carla Accardi
di Danilo Eccher

Ovunque si volga lo sguardo o si scorrano le pagine della complessa grammatica pittorica di Carla Accardi, non si può non imbattersi nell’imponente presenza del segno. Un protagonismo profondamente consapevole, lucido, puntigliosamente deciso a ribadire la forza di una voce chiara e sicura. È il frutto di un’urgenza storica che percepiva la necessità di un nuovo linguaggio che, pur mantenendo un forte ancoraggio alla tradizione pittorica, accettasse l’avventura dei nuovi codici espressivi che si stavano affermando. Vi era la necessità di sperimentare nuovi alfabeti segnici, nuovi modelli compositivi, nuove libertà espressive, nuove opportunità tecniche.
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La vita non è arte. L’arte è vita,
intervista a Carla Accardi
di Paolo Vagheggi

Quando infuriava la seconda guerra mondiale Carla Accardi, seconda di quattro figli, padre ingegnere, madre proprietaria di saline, viveva a Trapani. E disegnava. Nei giorni dei bombardamenti si trasferì a Erice. Fu li che vide per la prima volta due soldati americani. Due “giovanotti” in uniforme spuntarono da una collinetta e gentilmente I’aiutarono a spostare della legna. Era in corso I’operazione “Husky” e pochi mesi dopo la fine di questa campagna militare, che in trentanove giorni permise agli alleati di liberare la Sicilia dal nazifascisti, nel 1944, appena ventenne, si trasferì a Palermo. E continuava a disegnare e dipingere. Iniziò così un viaggio che dopo sessant’anni, nel 2004, non si è ancora concluso.
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