{"id":927,"date":"2015-05-09T14:44:43","date_gmt":"2015-05-09T14:44:43","guid":{"rendered":"https:\/\/archivioaccardisanfilippo.it\/?page_id=927"},"modified":"2018-01-31T10:50:21","modified_gmt":"2018-01-31T10:50:21","slug":"paolo-vagheggi-intervista-a-carla-accardi","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/archivioaccardisanfilippo.it\/?page_id=927","title":{"rendered":"Paolo Vagheggi intervista a Carla Accardi"},"content":{"rendered":"<div class=\"fusion-fullwidth fullwidth-box hundred-percent-fullwidth non-hundred-percent-height-scrolling\"  style='background-color: rgba(255,255,255,0);background-position: center center;background-repeat: no-repeat;padding-top:0px;padding-right:0px;padding-bottom:0px;padding-left:0px;border-top-width:0px;border-bottom-width:0px;border-color:#eae9e9;border-top-style:solid;border-bottom-style:solid;'><div class=\"fusion-builder-row fusion-row \"><div  class=\"fusion-layout-column fusion_builder_column fusion_builder_column_1_1  fusion-one-full fusion-column-first fusion-column-last fusion-column-no-min-height 1_1\"  style='margin-top:0px;margin-bottom:0px;'>\n\t\t\t\t\t<div class=\"fusion-column-wrapper\" style=\"background-position:left top;background-repeat:no-repeat;-webkit-background-size:cover;-moz-background-size:cover;-o-background-size:cover;background-size:cover;\"  data-bg-url=\"\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"fusion-text\"><div class=\"submenu2\">\n<div id=\"artist\">Carla Accardi<\/div>\n<div id=\"submenulink\"><a title=\"A_BIO\" href=\"https:\/\/archivioaccardisanfilippo.it\/?page_id=297\">LA VITA<\/a> | <a title=\"NOPERE_A\" href=\"https:\/\/archivioaccardisanfilippo.it\/?page_id=792\">LE OPERE<\/a> | <a title=\"A_SAGGI\" href=\"https:\/\/archivioaccardisanfilippo.it\/?page_id=301\">SAGGI<\/a> | <a title=\"A_BIBLIO\" href=\"https:\/\/archivioaccardisanfilippo.it\/?page_id=303\">BIBLIOGRAFIA<\/a> | <a title=\"A_MOSTRE\" href=\"https:\/\/archivioaccardisanfilippo.it\/?page_id=306\">ELENCO MOSTRE<\/a><\/div>\n<\/div>\n<\/div><div class=\"fusion-sep-clear\"><\/div><div class=\"fusion-separator fusion-full-width-sep sep-none\" style=\"margin-left: auto;margin-right: auto;margin-top:0px;margin-bottom:0px;\"><\/div><div class=\"fusion-clearfix\"><\/div>\n\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div><div id=\"colonna fissa\" class=\"fusion-layout-column fusion_builder_column fusion_builder_column_1_6  fusion-one-sixth fusion-column-first 1_6\"  style='margin-top:0px;margin-bottom:20px;width:13.3333%; margin-right: 4%;'>\n\t\t\t\t\t<div class=\"fusion-column-wrapper\" style=\"background-position:left top;background-repeat:no-repeat;-webkit-background-size:cover;-moz-background-size:cover;-o-background-size:cover;background-size:cover;\"  data-bg-url=\"\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"fusion-clearfix\"><\/div>\n\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div><div  class=\"fusion-layout-column fusion_builder_column fusion_builder_column_1_2  fusion-one-half 1_2\"  style='margin-top:0px;margin-bottom:20px;width:48%; margin-right: 4%;'>\n\t\t\t\t\t<div class=\"fusion-column-wrapper\" style=\"background-position:left top;background-repeat:no-repeat;-webkit-background-size:cover;-moz-background-size:cover;-o-background-size:cover;background-size:cover;\"  data-bg-url=\"\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"fusion-text\"><div class=\"smallCAP\"><a title=\"A_SAGGI\" href=\"https:\/\/archivioaccardisanfilippo.it\/?page_id=301\">SAGGI<\/a><\/div>\n<div class=\"titleSEL\">La vita non \u00e8 arte. L\u2019arte \u00e8 vita, intervista a Carla Accardi<\/div>\n<div class=\"firma\">di Paolo Vagheggi<\/div>\n<h4><em>in Carla Accardi, catalogo della mostra, a cura di Danilo Eccher, Roma, MACRO Museo d\u2019Arte Contemporanea Roma, 19 settembre 2004 \u2013 9 gennaio 2005<br \/>\nMondadori Electa, Milano, 2004, pp. 96-121<\/em><\/h4>\n<p><strong>pv<\/strong><\/p>\n<p>Quando infuriava la seconda guerra mondiale Carla Accardi, seconda di quattro figli, padre ingegnere, madre proprietaria di saline, viveva a Trapani. E disegnava. Nei giorni dei bombardamenti si trasfer\u00ec a Erice. Fu li che vide per la prima volta due soldati americani. Due &#8220;giovanotti&#8221; in uniforme spuntarono da una collinetta e gentilmente I\u2019aiutarono a spostare della legna. Era in corso I\u2019operazione &#8220;Husky&#8221; e pochi mesi dopo la fine di questa campagna militare, che in trentanove giorni permise agli alleati di liberare la Sicilia dal nazifascisti, nel 1944, appena ventenne, si trasfer\u00ec a Palermo. E continuava a disegnare e dipingere. Inizi\u00f2 cos\u00ec un viaggio che dopo sessant&#8217;anni, nel 2004, non si \u00e8 ancora concluso.<\/p>\n<p><strong>ca<\/strong><\/p>\n<p>Ho frequentato il liceo classico, amavo il disegno. Sin da piccola. Ritratti, paesaggi. E in solitudine approfondivo gli studi sull&#8217;arte rinascimentale, sull&#8217;arte egizia, ma soprattutto su quella moderna, tanto che mio padre mi regal\u00f2 l\u2019enciclopedia della Hoepli. Non ostacolava questa mia passione. Anzi, ne era orgoglioso. Appena finiti gli esami di maturit\u00e0 chiesi di partire per andare a studiare arte. Fu cos\u00ec che arrivai a Palermo insieme a mio fratello Gaspare. Cominciai a frequentare l&#8217;Accademia di Belle Arti.<\/p>\n<p><strong>pv<\/strong><\/p>\n<p>Fu a Palermo che incontr\u00f2 per la prima volta Antonio Sanfilippo, che poi divent\u00f2 suo marito. Ma non era soddisfatta della citt\u00e0. Perch\u00e9?<\/p>\n<p><strong>ca<\/strong><\/p>\n<p>Non ero soddisfatta degli studi. Nel 1946 andai a Firenze. Restai solo due mesi. Troppa Accademia. Con Sanfilippo, che ritrovai, andavo a copiare il Beato Angelico. Disegnavo, disegnavo&#8230; ma l&#8217;Accademia non mi piaceva&#8230; lo sognavo Kandinskij, Mondrian\u2026 II mio professore era il pittore Giovanni Colacicchi, non potevamo avere la stessa visione dell\u2019arte. Sosteneva la figurazione classica e, in generale, aveva un modo di pensare I&#8217;arte per me ristretto. In quel momento non mi interessava neppure Morandi. Allora scrissi una lettera ai miei, dicendo: non frequenter\u00f2 pi\u00f9 I&#8217;Accademia e vado a Roma. Anche allora i figli davano dei colpi ai genitori.<\/p>\n<p>Mia madre, comunque, adorava Roma dove aveva vissuto e studiato: scuola elementare e magistrali. Nella capitale abitavo in una camera in affitto.<\/p>\n<p><strong>pv<\/strong><\/p>\n<p>Sanfilippo le present\u00f2 Pietro Consagra e Giulio Turcato. Cominci\u00f2 a frequentare lo studio di Consagra che all&#8217;epoca era ospite di Renato Guttuso al 58 di via Margutta. Che tipo di mondo artistico si andava delineando? Come prese vita il gruppo Forma 1?<\/p>\n<p><strong>ca<\/strong><\/p>\n<p>Incontrai Piero Dorazio, Mino Guerrini, Achille Perilli. Turcato era il pi\u00f9 grande. Ogni tanto dallo studio di Consagra passava Severini che apprezzava i lavori del gruppo. Una volta defin\u00ec i miei pieni di verve. Era cominciato quel cammino che nel 1947 mi permise di realizzare il mio primo quadro astratto, <em>Scomposizioni<\/em>. Era un tema abbastanza generale per tutti quelli del gruppo.<\/p>\n<p>Facemmo delle scomposizioni geometriche. Ognuno in modo diverso. Ma era la geometria che ci sembrava la cosa pi\u00f9 astratta. Dipingevo dei triangoli che si incrociavano. Ricordo che quando feci per la prima volta una cosa astratta, andai in campagna, in un prato, ero emozionatissima per questo cambiamento. In questo periodo fu pubblicato il manifesto di Forma 1. Fu una scelta ideale e ideologica arrivata dopo molte discussioni. Per me questa era l&#8217;arte.<\/p>\n<p><strong>pv<\/strong><\/p>\n<p>L&#8217;artista contro fu Guttuso, paladino del realismo che ospitava Consagra. Che rapporti ha avuto con Guttuso?<\/p>\n<p><strong>ca<\/strong><\/p>\n<p>Rapporti leggeri, un po&#8217; superficiali. Quando si form\u00f2 il gruppo, lui si arrabbi\u00f2 e disse: &#8220;Ah, volete fare cos\u00ec?&#8221; E fece il disegno di uno scarabocchio. Lui era comunista, ma a quel tempo anch&#8217;io ero iscritta al partito comunista. Lui sosteneva il figurativo. Lo voleva anche il partito. Attardi, in quel periodo schierato con Forma, dopo uno o due anni si lasci\u00f2 attirare dal partito e torn\u00f2 al figurativo.<\/p>\n<p><strong>pv<\/strong><\/p>\n<p>Questo atteggiamento del partito, le polemiche con &#8220;L&#8217;Unit\u00e0&#8221; e con &#8220;Rinascita&#8221;, dove nel 1952 fu pubblicato il famoso articolo che sconfessava l&#8217;astrattismo e dove si diceva che l&#8217;arte deve essere lo specchio della realt\u00e0 sociale, la condizionarono?<\/p>\n<p><strong>ca<\/strong><\/p>\n<p>No. lo avevo fatto la mia scelta, i punti di riferimento erano quelli che ho nominato, grandi artisti astratti, Kandinskij, Klee e Mondrian. Non fui condizionata dalle opinioni di Togliatti. Neppure gli altri. Eravamo d&#8217;accordo, ero contro queste posizioni. Antonello Trombadori ci attaccava in continuazione. Ma non eravamo preoccupati. Noi eravamo arrabbiati perch\u00e9 volevamo rinnovare, volevamo fare una cosa. L\u2019astrazione per noi era l&#8217;arte del secolo, che gi\u00e0 era iniziata, e quella dovevamo seguire.<\/p>\n<p><strong>pv<\/strong><\/p>\n<p>Quella Roma degli anni cinquanta in cui accadevano queste cose, come era?<\/p>\n<p><strong>ca<\/strong><\/p>\n<p>Ricordo Mafai molto simpatico, per\u00f2 non interessante per me. E poi c&#8217;erano pittori figurativi, molto in auge. A parte Guttuso, si esaltava molto Scipione&#8230; Per noi era una realt\u00e0 non interessante.<\/p>\n<p><strong>pv<\/strong><\/p>\n<p>E il partito comunista? Nel 1956 non rinnov\u00f2 la tessera. Perch\u00e9?<\/p>\n<p><strong>ca<\/strong><\/p>\n<p>Seguivo la mia ispirazione d&#8217;arte, importantissima, non il partito comunista. Frequentavo la sede di via Tomacelli, molto simpatica. Andavamo verso sera. C&#8217;erano molti giovani, si ballava anche, si facevano cose giovanili. Nulla di pi\u00f9. Ero consapevole che gli altri non sapevano niente dell&#8217;arte, che \u00e8 una cosa che nasce da una passione, che deve restare personale, che uno fa propria nel silenzio, non nella chiacchiera. L&#8217;avanguardia politica non andava di pari passo con l&#8217;avanguardia artistica e l&#8217;intesa tra noi pittori d&#8217;avanguardia e il partito dur\u00f2 poco pi\u00f9 di due anni. Anche perch\u00e9 il campo dell&#8217;arte fu sempre pi\u00f9 politicizzato. Il neorealismo e il realismo socialista ci relegarono ai margini della vita culturale comunista. Poi ci furono i fatti d\u2019Ungheria, il XX Congresso del Pcus&#8230; Non rinnovai pi\u00f9 la tessera. La politica per la mia arte, comunque, era marginale. Va anche detto che nel gruppo eravamo comunisti io, Tot\u00f2 (Antonio Sanfilippo, <em>ndr<\/em>) e Turcato. Perilli e Dorazio erano socialisti, perci\u00f2 non \u00e8 che eravamo completamente da quella parte. Quello che pi\u00f9 mi interessava per\u00f2, l&#8217;avventura vera per me era il gruppo.<\/p>\n<p>Si credeva di cambiare il mondo con il marxismo, con la psicanalisi, ma anche con l&#8217;astrattismo.<\/p>\n<p><strong>pv<\/strong><\/p>\n<p>Tutti uomini. Non si sentiva isolata?<\/p>\n<p><strong>ca<\/strong><\/p>\n<p>No, non mi sentivo isolata. Certo, ero pi\u00f9 amica di Sanfilippo che non di Perilli e Dorazio. Con Sanfilippo mi sposai. Avevamo le stesse idee, ma con caratteri diversi.<\/p>\n<p>Avevamo anche due studi diversi.<\/p>\n<p><strong>pv<\/strong><\/p>\n<p>Negli anni cinquanta ci furono le sue prime mostre. Era difficile per una donna presentarsi come pittore?<\/p>\n<p><strong>ca<\/strong><\/p>\n<p>Mi ero creata una maniera di vivere sempre dentro un ambiente favorevole, anche minimo, per\u00f2 favorevole, perch\u00e9 avevo bisogno di quello. Avevo un carattere aperto, sono molto comunicativa. Non avevo problemi nei rapporti con la gente. Sono stata anche fortunata. A Parigi incontrai Michel Tapi\u00e9 che si interess\u00f2 del mio lavoro, si entusiasm\u00f2. Mi present\u00f2 a Stadler che mi fece partecipare a una collettiva e poi organizz\u00f2 una mia personale nella sua galleria parigina.<\/p>\n<p>In Italia per la mia carriera \u00e8 stato fondamentale l&#8217;incontro con il gallerista torinese Luciano Pistoi, che mi ha sempre sostenuto, incoraggiato, ha sempre creduto nella mia pittura.<\/p>\n<p><strong>pv<\/strong><\/p>\n<p>Tornando alla politica, lei ha avuto negli anni settanta un&#8217;esperienza femminista molto forte da cui poi \u00e8 uscita. Cosa \u00e8 accaduto?<\/p>\n<p><strong>ca<\/strong><\/p>\n<p>\u00c8 vero. Con una mia amica, la studiosa d&#8217;arte contemporanea Carla Lonzi, sono stata profondamente coinvolta nel femminismo. Per questo ho avuto anche dei problemi personali. Insegnavo a scuola, le mie allieve avevano il compito di preparare delle tesine dove raccontavano i rapporti con il padre e il fratello.<\/p>\n<p>Le raccolsi in un librettino, i libretti verdi. Questa iniziativa non piacque. In pi\u00f9 a scuola leggevo il manifesto del nostro gruppo. Fui, in pratica, licenziata. Ero convinta che le donne erano sacrificate, che erano volutamente mantenute in secondo piano. Lottavo per la parit\u00e0.<\/p>\n<p>A Roma nel 1975 abbiamo avuto anche uno spazio in via Beato Angelico che fu inaugurato da una mostra su Artemisia Gentileschi. Sul segno femminile c&#8217;\u00e8 qualcosa che non sempre viene compreso. Ed \u00e8 innegabile che il bagaglio tra uomo e donna \u00e8 diverso. Ho partecipato in prima persona al movimento che ha riportato fuori tante verit\u00e0, ma poi ho abbandonato determinate posizioni quando sono arrivate letture quasi esclusivamente politiche. La politica mi coinvolge come essere umano ma non come artista.<\/p>\n<p>Questo l&#8217;avevo capito fin dagli anni cinquanta.<\/p>\n<p><strong>pv<\/strong><\/p>\n<p>Sempre negli anni settanta lei ha vissuto a lungo in Marocco, a Casablanca e Tangeri. Ha risentito di quest&#8217;incontro con un mondo altro, con l\u2019arte islamica?<\/p>\n<p><strong>ca<\/strong><\/p>\n<p>Sinceramente non credo. La mia arte era gi\u00e0 definita. C&#8217;\u00e8 stata una mia mostra, ho realizzato un lavoro in un albergo. Ma il mio lavoro era gi\u00e0 compiuto.<\/p>\n<p><strong>pv<\/strong><\/p>\n<p>Quanto \u00e8 stato forte il rapporto con Antonio Sanfilippo, che \u00e8 stato suo marito e da cui ha avuto una figlia, Antonella. Ha influenzato il suo modo di fare arte?<\/p>\n<p><strong>ca<\/strong><\/p>\n<p>Ci siamo sposati tre anni dopo esserci conosciuti. Abbiamo lavorato insieme a Firenze. L\u2019ammiravo molto come compagno, per le sue idee, perch\u00e9 mi dava una sensazione di sicurezza nell\u2019entrare nel mondo dell&#8217;arte. Come studente era pi\u00f9 avanti di tutti come idee. Il contenuto principale del nostro rapporto era quello dell&#8217;arte. Ma ognuno di noi aveva il suo modo di pensare e di lavorare tanto che, nella casa di via del Babuino, dove vivo ancor oggi, avevamo studi completamente separati, in due stanze e in due piani diversi. Certo, ci pu\u00f2 essere stata della competizione ma ognuno ha seguito la sua strada, che a un certo punto si \u00e8 completamente separata: diverso il modo di lavorare, le amicizie, i galleristi.<\/p>\n<p><strong>pv<\/strong><\/p>\n<p>Per lei cos&#8217;\u00e8 la figurazione? E come si arriva all&#8217;astrazione?<\/p>\n<p><strong>ca<\/strong><\/p>\n<p>La figurazione \u00e8 la cosa pi\u00f9 importante del nostro passato. Ma noi pensavamo, e lo penso ancor oggi, che non si pu\u00f2 avere un&#8217;arte che ha come contenuto sempre l&#8217;uomo, la figura dell\u2019uomo. L&#8217;arte pu\u00f2 e deve essere come la musica, che ha in se stessa delle doti e ti trasmette della spiritualit\u00e0. Ed \u00e8 cos\u00ec che \u00e8 nata la mia pittura, a cui sono arrivata con un cammino personale, segnato da incontri di amici come Consagra, Burri, Fontana. Dei grandi maestri, nei vari momenti, ho amato Kandinskij o Klee, Mondrian o Matisse.<\/p>\n<p><strong>pv<\/strong><\/p>\n<p>E Picasso?<\/p>\n<p><strong>ca<\/strong><\/p>\n<p>Lo conobbi alla fine degli anni quaranta, durante una serata a casa di Luchino Visconti. C\u2019era a Roma un convegno sulla pace. Fu subito circondato da tutti gli artisti presenti a casa del regista, me compresa, ovviamente. Raccont\u00f2 il suo modo di fare scultura, di come girasse per le campagne francesi per raccogliere oggetti da mettere insieme per fare i suoi <em>assemblages. <\/em>Ma non ha influenzato il mio segno che prendeva vita proprio in quel periodo.<\/p>\n<p><strong>pv<\/strong><\/p>\n<p>Nasce dunque il segno di Carla Accardi. Cos&#8217;\u00e8 per lei il segno? Quando \u00e8 cominciato?<\/p>\n<p><strong>ca<\/strong><\/p>\n<p>Negli anni cinquanta, prima un segno essenziale, poi strutturale. Il segno \u00e8 un elemento che \u00e8 parte dell&#8217;universo. Non ricordo bene l&#8217;anno ma credo fosse intorno al 1952. Avevo avuto un anno di crisi, credevo di non poter far pi\u00f9 niente nella pittura. Mi ero isolata e ho cominciato a disegnare direttamente per terra. Tracciavo dei segni. Ho usato il bianco sul nero, mi stimolava, mi sembrava qualcosa di unico. Da quel momento ho cominciato a fare dei disegni uno sull\u2019altro che hanno prodotto segni fortemente differenziati. All&#8217;inizio non c&#8217;era molta grazia. Ma dal loro studio \u00e8 nata una popolazione, una selva, una natura reinventata, quasi delle costruzioni giganti che sognavo la notte. Ogni giorno rivedevo i lavori. Ma il segno non \u00e8 solo uno sfogo dell\u2019inconscio. \u00c8 espressione artistica e linguaggio. Un segno esiste in rapporto ad altri dal momento che forma con essi una struttura. Il mio scopo \u00e8 di rappresentare l&#8217;impulso vitale che \u00e8 nel mondo. Bianco e nero inizialmente. Le forme cambiavano, per\u00f2 erano pulite, incastrate formavano delle strutture eseguite in doppio strato perch\u00e9 dovevano diventare precisissime.<\/p>\n<p><strong>pv<\/strong><\/p>\n<p>Ma c&#8217;\u00e8 stato un momento preciso in cui \u00e8 maturato il segno in bianco e nero?<\/p>\n<p><strong>ca<\/strong><\/p>\n<p>Probabilmente ho avuto delle intuizioni, delle sensazioni che poi hanno maturato dentro di me dopo una visita a una mostra di Hans Hartung.<\/p>\n<p>Fu allora che iniziai a tracciare dei segni, larghi. Poi sono arrivata a un segno nato da un interesse verso lo strutturalismo e del quale diedi l&#8217;immagine visiva. Ho dato immagine alla visione strutturalista del mondo. Ogni segno ha un periodo, ogni segno ha un significato diverso, pu\u00f2 essere ieratico o orientale, \u00e8 stato iconograficamente molto ricco ma anche molto povero, quasi anonimo.<\/p>\n<p><strong>pv<\/strong><\/p>\n<p>Come \u00e8 nata l&#8217;idea di usare il sicofoil, una plastica trasparente?<\/p>\n<p><strong>ca<\/strong><\/p>\n<p>Ero e sono aperta alle cose nuove, ai nuovi mezzi, tant&#8217;\u00e8 vero che, come fanno poi in ogni epoca i giovani, non volevo usare mezzi sorpassati. Non ho mai comprato il cavalletto. Per non dipingere sul cavalletto ho dipinto per terra e poi ho usato un tavolo. Un giorno mi portarono in studio questo materiale, perch\u00e9 volevano riprodurre un mio lavoro. Mi incurios\u00ec quel materiale. Pensai: voglio provare a usarlo perch\u00e9 cos\u00ec svelo i misteri che sono dietro l&#8217;arte.<\/p>\n<p>L&#8217;interesse per me era la trasparenza, si vedeva il telaio. Questo \u00e8 stato l&#8217;inizio, l\u2019ispirazione. Volevo rendere trasparente quello che era intorno a noi. Erano gli anni sessanta. E allora trovai dei colori che potevano aderire, senza staccarsi, e poi la maniera per dipingere. Preparavo dei fogli di carta dove facevo il disegno. Un lavoro di pazienza. E poi il colore, fino al fluorescente che per me esprime la progressiva ricerca di una luce sempre maggiore. Ma pi\u00f9 che i colori amo gli accostamenti e l&#8217;emanazione di luce che ne deriva. Ho usato il rosso con il verde, il rosa con il celeste. L&#8217;importante \u00e8 che abbiano la stessa forza e che non siano solo complementari.<\/p>\n<p><strong>pv<\/strong><\/p>\n<p>E perch\u00e9 ha realizzato con questo materiale le <em>Tende<\/em>, perch\u00e9 gli <em>Ambienti<\/em>?<\/p>\n<p><strong>ca<\/strong><\/p>\n<p>Forse \u00e8 stato a causa di una visita al mausoleo di Galla Placidia a Ravenna. Ne parlai a lungo con Carla Lonzi. E pensai a un ambiente in cui eliminare la dicotomia, allora molto forte, tra l&#8217;architettura e le arti visive. Ecco l\u2019ambiente, ecco la mia prima <em>Tenda<\/em> che \u00e8 del 1965, rossa e verde e che ha la forma di un tempietto. Fu un lavoro lunghissimo, completamente eseguito in prima persona. E gli ambienti, l&#8217;<em>Ambiente arancio<\/em> che annulla le frontiere arte-vita: un ombrello, un letto&#8230; \u00c8 quasi una casa, ma di un mondo rarefatto, che, magari inconsciamente, si ricollega all&#8217;esperienza del Bauhaus. Ma non \u00e8 un modello vero, applicabile. Era un voler spingere la gente a vivere in modo differente, naturale. Sono stati lavori dalla realizzazione molto complessa, con progressioni minime dei segni. \u00c8 il superamento, il cambiamento progressivo dell&#8217;arte.<\/p>\n<p><strong>pv<\/strong><\/p>\n<p>Cos&#8217;\u00e8 il colore?<\/p>\n<p><strong>ca<\/strong><\/p>\n<p>\u00c8 forza. Ho cercato dei colori che suscitassero molto contrasto per far capire, liberare la luce, il mondo. Non mi interessa il colore per la sua capacit\u00e0 di procurare piacere al senso della vista, ma per la potenza e la capacit\u00e0 di procurare degli stimoli.<\/p>\n<p><strong>pv<\/strong><\/p>\n<p>Poi \u00e8 arrivata la fase che \u00e8 ancora in corso, il ritorno alla tela grezza, a una pittura che pi\u00f9 pittura\u2026<\/p>\n<p><strong>ca<\/strong><\/p>\n<p>Ho sempre usato la pittura come un\u2019ispirazione di antipittura, \u00e8 un desiderio di contraddizione. Gli ultimi lavori ne sono una conferma. Si vede il bianco e nero, e il colore contrastante degli anni sessanta. Ho cercato della tela grezza, ho creato dei dittici di grandi dimensioni.<\/p>\n<p><strong>pv<\/strong><\/p>\n<p>Dall&#8217;inizio della sua avventura artistica \u00e8 passato pi\u00f9 di mezzo secolo. Eppure ancora ci sono dibattiti, contestazioni, discussioni su figurativo e astratto&#8230;<\/p>\n<p><strong>ca<\/strong><\/p>\n<p>Oggi cosa c&#8217;\u00e8 bisogno di dire della figurazione? Vorrei ricordare un pensiero, una frase celebre: prima commuovere e poi far capire.<\/p>\n<\/div><div class=\"fusion-clearfix\"><\/div>\n\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div><div  class=\"fusion-layout-column fusion_builder_column fusion_builder_column_1_3  fusion-one-third fusion-column-last 1_3\"  style='margin-top:0px;margin-bottom:20px;width:30.6666%'>\n\t\t\t\t\t<div class=\"fusion-column-wrapper\" style=\"background-position:left top;background-repeat:no-repeat;-webkit-background-size:cover;-moz-background-size:cover;-o-background-size:cover;background-size:cover;\"  data-bg-url=\"\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"fusion-text\"><\/div><div class=\"fusion-clearfix\"><\/div>\n\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div><\/div><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"","protected":false},"author":4,"featured_media":0,"parent":301,"menu_order":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","template":"","meta":{"footnotes":""},"class_list":["post-927","page","type-page","status-publish","hentry"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivioaccardisanfilippo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/927","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivioaccardisanfilippo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivioaccardisanfilippo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivioaccardisanfilippo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/4"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivioaccardisanfilippo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=927"}],"version-history":[{"count":6,"href":"https:\/\/archivioaccardisanfilippo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/927\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1249,"href":"https:\/\/archivioaccardisanfilippo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/927\/revisions\/1249"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivioaccardisanfilippo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/301"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivioaccardisanfilippo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=927"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}